Ritengo che i dilemmi della situazione teatrale attuale siano molti. Mi pare che i file pubblicati offrano spunti di riflessione interessanti.
Sono anni e anni che i proplemi relativi alla prosa restano gli stessi e indubbiamente la tentazione di affermare che il teatro sia morto è forte, ma poiché in arte "non vi è mai progresso ma solo differenze", forse è solo agonizzante.
Sintentizzando e approssimando all'osso, direi che sarebbe necessaria una svolta radicale riguardo l'utilizzo delle risorse pubbliche, ora tutte concentrate dove si forma l'offerta (teatri stabili, compagnie primarie, distributori ecc.), orientandole invece là dove si forma la domanda (il pubblico) in modo da consentire al pubblico di scegliere la qualità e i "generi".
Invece le provvidenze governative, regionali e locali, alimentando i soliti che producono e che offrono, non attivano il ricambio del pubblico e la necessaria consapevolezza che il fruitore deve possedere per scegliere qualcosa di diverso dalla televisione, da internet, dal cinema e così via. La situazione produce i seguenti tre punti:
1) registi costretti prendersi sul groppone l'attore popolare (spesso di modeste capacità espressive) portando così lo squallore apocalittico della televisione in teatro, per avere le piazze.
2) Distributori senza alcun progetto culturale che alimentano lo stato delle cose lavorando come agenzie private, attente solo ad accontentare qualche produzione sostenuta dalle istituzioni, e per il resto orientando gli enti locali ad ospitare lavori con attori televisivi.
3) Teatri stabili: gli unici per la verità ad essere meno condizionati... essendo totalmente autoreferenziali, attraverso la loro politica degli scambi. Le stagioni a Catania, Torino, Bolzano ecc. si compongono automaticamente l'anno prima, scambiandosi i lavori per un pubblico semicoatto di abbonati.
Così molti lavori raffinati, gradevoli, divertenti e intelligenti per un pubblico intelligente rischiano di non vedere la luce o di rimanere nella più sconfortante marginalità.
Amo di più gli uomini che le istituzioni.
Toni Andreetta
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