il tempo scorre fra le dita. Tra il pollice e l'indice scorre la sabbia che si accumula al fondo della pagina. La mano rappresenta una delle mudra più usate nel pranayama yoga (Jnana Mudra). Questo gesto accompagna anche la meditazione.

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Navigare Meglio Dicembre 2013: Privacy sì, paranoia no

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

Nel 1986, dopo l’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl, il governo italiano aveva vietato il consumo e la vendita di verdure a foglie a causa della contaminazione radioattiva. In un bar della campagna toscana, un cliente proclamava: «Io l’insalata la mangio lo stesso, ma soltanto quella del mio orto».

Assurdo? Sì, ma non tanto più del consiglio di attenersi a fornitori di servizi online svizzeri o perlomeno non statunitensi per preservare la propria privacy, dopo la rivelazione, l’estate scorsa, che la National security agency (Nsa) americana spiava tutti i nostri scambi online scritti e orali. Comunque, come rivelò poi il capo della Nsa, per quanto riguarda le conversazioni straniere, il loro contenuto veniva trasmesso ad essa dalle agenzie equivalenti dei rispettivi paesi.

E tra quei paesi collaboranti, secondo un documento pubblicato da El Pais, ci sarebbe anche la Svizzera. Ueli Maurer lo ha negato, ed è vero che il Dipartimento federale di giustizia e polizia ha annunciato il 20 settembre di aver rinunciato al sistema di intercettazione, per il quale aveva costretto i fornitori di servizi di telecomunicazione ad implementare costose modifiche tecniche per consentire la sorveglianza dei loro clienti (vedi Spendere Meglio, agosto 2009).

Il comunicato aggiungeva che il nuovo sistema, affidato ad un altro produttore e per il quale è stato votato un credito aggiuntivo di 13 milioni di franchi, «sarà operativo non prima della fine del 2015». Perciò, in effetti, sembra che per ora le nostre telecomunicazioni non vengano intercettate né, di conseguenza, trasmesse alla Nsa. Ma negli anni precedenti e in futuro?

Il vero problema, però, siamo noi consumatori, prontissimi a consentire l’accesso ai nostri dati e contenuti in cambio di servizi digitali, spesso senza leggere condizioni di uso e dichiarazioni sulla privacy perché sono lunghe e complicate. Ma se non le si accetta, poi non si può usufruire della cosa proposta. Quasi tutte dicono di avere a cuore la protezione dei dati, però precisano che li trasmetteranno su richiesta alle autorità competenti.

Quindi tocca a noi limitare quanto riveliamo. Vale più o meno il paragone spesso proposto tra comunicazione digitale e cartolina postale, con una differenza: è molto più facile immagazzinare ed indicizzare i contenuti digitali per ricerche, anche incrociate.

Link utili

Navigare Meglio Ottobre 2013: La dittatura del multimedia

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

Caso vero: un professore universitario americano pubblica in un blog una recensione di due articoli di altri professori universitari sui corsi online di massa (Mooc). Una cosa molto classica: introduzione, citazioni con riferimenti, discussione, conclusione. Ma invece di scrivere la recensione normalmente, la sbatte in un video con musichetta di sfondo. Il video contiene solo il testo fatto a fette, niente immagini.

Eppure quel prof non è uno scimunito: lo dimostrano il contenuto della recensione video e i suoi testi precedenti normali. È soltanto vittima della dittatura del multimedia. Questa dittatura esiste da tanto tempo: nei decenni passati ci ha imposto i lucidi, poi con l’avvento del computer, “powerpoint” zeppi di testi in caratteri minuscoli mostrati per pochi secondi con il proiettore. Però è notevolmente peggiorata con l’apparizione di programmi di edizione video facili da utilizzare e con il successo di siti online come YouTube per ospitarli.

Nel 2006, a un congresso di autori di Wikipedia, Lawrence Lessig dichiarava che il testo è il latino dei nostri tempi, la lingua vera usata dalla gente è fatta di video e suoni. E, nel 2007, Michael Wesch ha pubblicato su YouTube, con grosso successo, una spiegazione video del “Web 2.0”, anche quella fatta di solo testo e musichetta di sfondo.

Nel video di Wesch, però, il testo fluiva tra scrittura a mano, finestra di ricerca Google, redazione su un blog eccetera, quindi l’uso del video aveva senso.

Soprattutto, Wesch aveva anche dato una trascrizione del video in testo digitale normale, fruibile da tutti e reperibile dai motori di ricerca. È così che va fatto se si vuol giocherellare con trasposizioni multimediali di testi, ma anche essere letti: in due settimane, la recensione “video” menzionata all’inizio ha avuto soltanto 34 visualizzazioni: un flop, visti il tema e l’inserzione in un blog abbastanza seguito [al 30 ottobre 2013 le visualizzazioni sono salite a 39: sempre poche].

Versione web con video, trascrizioni e link integrati

Caso vero: un professore universitario americano pubblica in un blog MOOC Looks: Zombies and Sober Reality, una recensione di due articoli di altri professori universitari sui corsi online di massa (Mooc). Una cosa molto classica: introduzione, citazioni con riferimenti, discussione, conclusione. Ma invece di scrivere la recensione normalmente, la sbatte in un video con musichetta di sfondo, intitolato MOOC Looks 090713. Il video contiene solo il testo fatto a fette, niente immagini:

Trascrizione:

MOOC LOOKs by Jim Shimabukuro
ETC Journal
7 Sep. 2013

"The Walking Dead online class: Are zombies the MOOC future?" http://pandodaily.com/2013/09/04/the-walking-dead-class-are-zombies-the-way-of-the-mooc-future/

Carmel DeAmicis, "The Walking Dead online class: Are zombies the MOOC future?", PandoDaily, 4 Sep 2013.

"Instructure reached out to UC Irvine and entertainment company AMC to partner on a free MOOC — Massive Open Online Course — based on a show about a zombie infestation, 'The Walking Dead.
Four faculty have signed on to teach different modules over the eight-week course, using the zombie apocalypse to examine social structures, public health, physics, and math.
Aside from demonstrating people love zombies enough to study them, 'The Walking Dead' MOOC shows how the MOOC format can be used to experiment and innovate with news ways of teaching and engagement."

DeAmicis' point... ->

"The first wave of MOOCs, like Coursera and edX, simply stuck videos of a professor lecturing their normal class and put it online. But what they didn’t realize is that a new platform requires a new way of teaching. A new platform requires a new way of teaching" echoes McLuhan's "the medium is the message." You can’t just graft what works in a classroom onto a MOOC and think people will stick around."

Dr Keith Devlin "MOOC Mania Meet the Sober Reality of Education"http://www.huffingtonpost.com/dr-keith-devlin/moocb3741625.html

Keith Devlin, "MOOC Mania Meet the Sober Reality of Education", "Huff Post: The Blog, 19 Aug. 2013.

MOOCs are "very much a Darwinian, 'survival of the fittest' kind of education, that leaves many by the wayside. In particular, success in a MOOC requires that the student has already learned how to learn -- something that for many students is the principle outcome of a college education.
What are the benefits for all the rest -- the vast majority of students who, for various reasons, are not able to benefit significantly from taking a MOOC? Indeed, can the technologies on which MOOCs are built offer any benefits at all to the average (or below average) student?

Commentary ->

Devlin's doom and gloom prognosis, unfortunately, is based on a major misconception. He assumes that all MOOCs are alike. Obviously, they're not. Thus, generalizations need to be qualified. He's also generalizing from findings on blended and online college courses. Not a good idea since the populations for MOOCs and college courses are very different. In fact, we don't know enough about those who sign up for MOOCs to distinguish between "average" and "above-average" students.

Takeaways from DeAmicis and Devlin? ->

The medium shapes the message: What's best for F2F classrooms isn't necessarily best for MOOCs.
MOOCs are complex, and they vary in ways that we don't fully understand.
Thus, our judgments on one might have little or no bearing on the many.

Thanks for watching!
http://etcjournal.com

Vale a dire: circa 260 parole da leggere a pezzetti nel tempo obbligato di tre minuti e mezzo. Un ritmo troppo lento per gli altri lettori universitari anglofoni, troppo veloce per quelli non di lingua madre, che inoltre non possono fare un copia-incolla per cercare online le parole che non sanno. Soprattutto, questa soluzione video esclude i ciechi che avrebbero potuto leggere il testo normalmente se il professore l’avesse scritto direttamente nel blog.

Eppure quel prof non è uno scimunito: lo dimostrano il contenuto della recensione video e i suoi testi precedenti normali. È soltanto vittima della dittatura del multimedia. Questa dittatura esiste da tanto tempo: nei decenni passati ci ha imposto i lucidi, poi con l’avvento del computer, “powerpoint” zeppi di testi in caratteri minuscoli mostrati per pochi secondi con il proiettore. Però è notevolmente peggiorata con l’apparizione di programmi di edizione video facili da utilizzare e con il successo di siti online come YouTube per ospitarli.

Nel 2006, a un congresso di autori di Wikipedia, Lawrence Lessig  dichiarava che il testo è il latino dei nostri tempi, la lingua vera usata dalla gente è fatta di video e suoni. E, nel 2007, Michael Wesch ha pubblicato su YouTube, con grosso successo, Web 2.0 ... The Machine is Us/ing Us, una spiegazione video del “Web 2.0”, anche quella fatta di solo testo e musichetta di sfondo.

Nel video di Wesch, però, il testo fluiva tra scrittura a mano, finestra di ricerca Google, redazione su un blog eccetera, quindi l’uso del video aveva senso:

Soprattutto, Wesch aveva anche dato una trascrizione del video in testo digitale normale, fruibile da tutti e reperibile dai motori di ricerca. È così che va fatto se si vuol giocherellare con trasposizioni multimediali di testi, ma anche essere letti: in due settimane, la recensione “video” menzionata all’inizio ha avuto soltanto 34 visualizzazioni: un flop, visti il tema e l’inserzione in un blog abbastanza seguito.

Navigare Meglio Agosto 2013: Copyright: grande novità

Testo dell'articolo pubblicato su Spendere Meglio

La conferenza dell’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Ompi), svoltasi a Marrakech, ha approvato a fine giugno 2013 il “Trattato per le persone che sono cieche, ipovedenti o hanno altri impedimenti all’uso di testi stampati.” Questa approvazione segna una svolta molto importante in diversi campi.

In primo luogo, il trattato di Marrakech è importante perché rimuove gli ostacoli creati da accordi di copyright, che impedivano la circolazione transfrontaliera di opere testuali in formati accessibili a queste persone: non sarà più necessario ripetere la produzione costosa di versioni accessibili identiche ma separate in diversi paesi dove si parla la stessa lingua, soltanto per ottemperare a quelle limitazioni di diffusione o, quando i mezzi non ci sono, rinunciarvi.

Questo trattato è anche importante perché finalmente c’è. Dal 1982, quando l’Ompi e l’Unesco provarono a creare uno strumento internazionale per rimuovere gli ostacoli alla circolazione delle opere accessibili, questo tentativo e tutti quelli successivi erano falliti a causa del lobbying contrario esercitato da editori e altri produttori di contenuti sui delegati dell’Ompi. E la proposta del trattato attuale è stata combattuta con particolare accanimento da quella lobby e, inizialmente, dai delegati dei paesi ricchi dell’Ompi.

Però i difensori del diritto di accedere alla conoscenza all’informazione, pur disponendo di mezzi molto minori, hanno saputo sfruttare ottimamente la comunicazione, in particolare tramite reti sociali come Twitter, per debellare un primo tentativo di uccidere completamente il trattato, poi quello di svuotarlo di ogni sostanza tramite l’aggiunta di clausole restrittive. Alla fine, davanti a questa mobilitazione, persino i paesi ricchi hanno accettato un trattato funzionale.

Quindi il trattato di Marrakech segna una svolta importantissima: non solo consentirà ai ciechi e alle altre persone che non possono adoperare testi stampati di accedere a più libri, ma dimostra anche che oggi si possono difendere i diritti umani contro oppositori potenti e ricchi. Soprattutto, è il primo trattato internazionale sul copyright che difende i diritti degli utenti anziché limitarli: e questo è una vittoria per tutti, compresi gli editori se sapranno sfruttare questa esperienza per elaborare nuovi modelli commerciali adatti all’era attuale.

Link utili

Navigare Meglio Giugno 2013: Strutturare le informazioni

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